Enrico Chiari

Vincere NON è l’unica cosa che conta

Vincere NON è l’unica cosa che conta

Vincere NON è l’unica cosa che conta.

Ma nemmeno per sogno.

Eppure è quello sento fin da quando ero un bambino che andava alle elementari.

Questa spinta verso la vittoria è un’ossessione socialmente diffusa. E si collega alla mania di considerare il gradino più alto del podio come l’unica metrica del successo.

Purtroppo quello che la gente si racconta più spesso è quello a cui la gente tende a credere. E infatti ogni follia collettiva nasce sempre da storie sufficientemente assurde da essere tramandate.


Nello sport abbiamo costruito narrazioni decennali osannando la vittoria come unico possibile risultato.


Dalle esperienze che ho vissuto negli anni ’90 e nei primi anni duemila, mi sono fatto un’idea.

Penso che questa follia collettiva sia sorretta da un pensiero comune, che andrebbe “ristrutturato” come il tetto pericolante di un edificio.

 

La mania del risultatismo

Fa tristezza ammetterlo. Ma nello sport è diffusa la mania che, senza l’ottenimento della vittoria, scompaia quasi il senso del percorso che si fa.

Abbiamo impostato un’educazione sportiva spesso priva di valori solidi e intossicata dal “risultatismo” a tutti i costi.

Ci siamo abituati a considerare i non vincenti come dei “non arrivati”, a volte svalorizzando anche il loro impegno professionale.

Questa mentalità l’abbiamo trasmessa nelle relazioni coi più giovani, raccontando in chiave motivazionale solo i modelli vincenti. Quando invece certe storie di sconfitta contengono elementi molto più educativi.


Abbiamo intimato ai più piccoli di allenarsi per evitare l’onta del “perdente”, dando troppo poco valore “al coraggio, all’altruismo e alla fantasia” (cit.). Cioè tutte cose che riguardano il processo, non il risultato!


E poi ci siamo persi di vista una cosa: la solitudine del vincente.


Perché chi vince è spesso solo. E in più, ha il fottuto obbligo di ripetersi. Di vincere ancora, ancora e ancora.

Ma soprattutto il vincente, senza la presenza dimostrata di qualità anche umane, è destinato ad attirarsi addosso le antipatie del mondo.

E allora penso che sia necessaria una diversa educazione sportiva. Da costruire tramite persone capaci (e disobbedienti rispetto alle follia collettiva), che sappiano essere educatori di cultura sportiva.

E sono sicuro che ne esistano molti, in tanti luoghi del mondo.

 

E il successo professionale?

In più, questo benedetto successo che “regola” i nostri propositi è in gran parte un agente ansiogeno anche nel mondo extrasportivo.

Nel meraviglioso mondo dei professionisti, per esempio.

Se non mettessimo in discussione nulla, pure qui diremmo che il successo dipende da parametri semplici ed obiettivi.

  1. A quale età consegui un titolo?
  2. Quanto fatturi in un anno solare?
  3. Quante persone ti seguono?
  4. Quanti libri pubblichi?

E quindi cosa voglio dire? Che questi parametri non hanno attinenza col nostro successo?

Certo che ce l’hanno, altrimenti ci racconteremmo delle favole. Ma penso che, se limitiamo il successo solo a questo, dovremmo trattarlo…un po’ come una carrozza.

Una carrozza ti porta ancora dal luogo A al luogo B, ma non è più la prima scelta di trasporto. Non appartiene più a questo Tempo!

 

Non c’è successo senza etica

Prima cosa da dire: il successo non è (soltanto) vincere sugli altri.

Seconda cosa da dire: non esiste un solo successo, ma ne esistono diversi.

Tutti quanti assomigliano ad un combinazione complicata di elementi, che va assemblata dentro percorsi che durano anni o decenni.

Anche con le cadute, con le delusioni cocenti, con gli abbandoni.


Per raggiungere i nostri personali successi, ci vogliono almeno tre hard skill. Che però ormai sono fuori mercato:

  1. La tenacia maledetta
  2. La capacità di farsi aiutare
  3. L’abilità di cambiare in corsa

Ma soprattutto, nelle nostre attività e imprese quotidiane ci vogliono fondamenta di etica e trasparenza. Reali, riconoscibili e riscontrabili.

In sostanza, quello che chiamiamo “successo” non è cosa ci rimane in mano alla fine della nostra impresa (sportiva, progettuale, imprenditoriale, ecc.).

Il successo è soprattutto cosa lasciamo nelle mani di chi viene dopo.

Tra questi ci sono quelli con cui abbiamo collaborato, quelli che ci hanno dato fiducia, quelli che ci hanno supportato, quelli che ci hanno anche criticato.

Ma ci sono anche quelli che non ci hanno mai conosciuto. E oggi si ricordano di noi per la nostra etica del successo.

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