Enrico Chiari

4 regole di comunicazione che impari col tempo

4 regole di comunicazione che impari col tempo

C’è una cosa che capita sia a te che a me.

Ogni giorno.

Parlo del fatto che – nella società dell’informazione – siamo bombardati da annunci, anticipazioni, rivelazioni, proposte. Praticamente senza sosta.

Sguazziamo in questo vortice di informazioni cercando ripetutamente di selezionarle, interpretarle, decifrarle, comprenderle.

Praticamente è un lavoro quotidiano, per il quale nessuno ci paga. Ma la posta in gioco è molto più importante, dato che queste informazioni influiscono sui nostri pensieri.

Io di pensieri connessi tra loro oggi ne ho quattro. Li condivido con te.

 

Social network: i guru non si vogliono bene

Passano gli anni e sui social network noi abbiamo una debolezza cronica: l’attitudine a voler insegnare qualcosa agli altri.

Lo dico con una certa fermezza, perché ci sono dentro anche io.


Quando incrociamo argomenti che “ci riguardano”, ci sale spesso un prurito da guru.


Abbiamo un’impellente necessità di spiegare agli altri come stanno le cose. Così diventiamo intransigenti, potenzialmente antipatici e finiamo con l’assomigliare al gufo Anacleto ne La Spada nella Roccia.

Ecco, io temo che il ruolo del guru non faccia per niente bene alla salute. Perché sostanzialmente non ci avvicina agli altri

Ma attenzione: sui social network mica tutti i guru pubblicano contenuti. Molti  commentano semplicemente i post altrui. Solo che lo fanno di getto, d’istinto, di fretta.

E forse si dimenticano una cosa essenziale, che si collega al pensiero numero 2.

Il gufo Anacleto | “La Spada nella Roccia”


Social network: i commenti fanno brand

Ci sono persone che non pubblicano mai contenuti, ma che pubblicano solo commenti sotto i post altrui.

Bene, c’è un dato di fatto che dovrebbero comprendere il prima possibile.


I commenti sono bastardi: influenzano cinicamente il nostro brand.  


Questo avviene soprattutto in un social come LinkedIn, dove i commenti hanno un impatto diretto sulla percezione di valore che gli altri hanno di noi.

Parliamoci chiaro: i commenti sono le orme che lasciamo sui social e rappresentano il tipo di “animale digitale” che siamo.

  1. Se sono volgari, ricalcano esattamente la prima parola con cui gli altri ci definiscono (‘volgare’).
  2. Se sono banali e asfittici, ci regalano un’attenzione vicina allo zero.
  3. Se sono ruffiani e zelanti, vanno solo a dare visibilità a chi probabilmente già ce l’ha.
  4. Se sono provovatori, ci scavano la fossa come un escavatore di ultima generazione.

Ecco, tutto questo non è esattamente il miglior modo per costruire relazioni di valore sui social.


Anche perché le relazioni che costruiamo online sono il ROI del tempo dedicato ai social network


E per avere un ritorno, a noi servono sempre almeno due elementi determinanti: uno da evitare e uno da ricercare. Questo mi porta al pensiero numero 3.

photo credits: Andrea Piacquadio (Pexels)


Social network: la superficialità è nostra nemica

Leggo spesso contenuti di consulenti manager che utilizzano messaggi “interscambiabili”. Cioè girano attorno a concetti ritriti, ma non condividono osservazioni profonde.

Non ho detto “originali”, ma profonde.

Comunicare in profondità non è uno scherzo. Ci serve per rimanere impressi nei pensieri degli altri, ben oltre il nostro ruolo e ben oltre i nostri titoli.


Comunicare in profondità è un’azione che travalica i confini dei social e tocca la vita a wi-fi spento.


Ma per farlo, ci vuole capacità di osservazione e introspezione (roba difficilissima oggi).

E forse allora la grande illusione è quella di sbattersi per essere brillanti nelle comunicazioni di breve durata e per avere like, senza però essere percepiti come autentici dalle persone.

E questo ha a che fare con il mio ultimo pensiero, il numero 4.

photo credits: Ketut Subiyanto (Pexels)


Social network: pochi creano storie

Sui social network c’è una verità che continua ad essere intramontabile. Quella per cui tutti vogliono attenzione, ma pochi sanno creare storie.

Molti dei contenuti promozionali che leggo online sembrano scritti da robot. Anzi, oggi probabilmente lo sono.

Riportano dati, trend, metodi, ma non sanno creare scintille. Hanno pochissima creatività narrativa in ciò che esprimono: non emozionano, non entusiasmano, non ispirano.


Sono contenuti aggiornati, ma apatici. Sono trending topic, ma con effetto camomilla.


Chi vuole divulgare messaggi in questo 21° secolo ha ancora bisogno del fattore umano, che è come “acqua per piante assetate”.

Con fattore umano, intendo dire che abbiamo bisogno di creare storie che includano anche la parte imperfetta del quotidiano: le fatiche, le ripetitività e soprattutto l’assenza dell’effetto-show in ogni cosa.

Anche perché, seguendo la smania tossica delle persone di successo, finiamo per pubblicare contenuti col dolcificante. Come se il mondo stesse solo aspettando soluzioni definitive o rivelatrici.

Invece il mondo è fatto di persone, che cercano storie verosimili in cui riconoscersi. Possibilmente scritte da chi di mestiere non fa il supereroe.

photo credits immagine copertina: Mehmet Turgut Kirkgoz (Pexels)

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