Enrico Chiari

L’Ego si mangia il personal branding

Ego e personal branding

L’Ego si mangia il personal branding

A scuola non ci hanno insegnato a prenderci cura del personal branding.

In realtà, a scuola nemmeno esisteva il concetto di personal branding e spesso l’inglese non era riconosciuto per quello che è: un passepartout per “qualsiasi luogo del futuro”.

Però a scuola qualcosa ce l’hanno insegnata.

A mettere la X sulla casella giusta, a ripetere poesie per impararle a memoria, a non dare “pericolose” interpretazioni personali durante le interrogazioni.

Non voglio usare un tono drammatico: non è andata così dappertutto, cioè non tutte le nostre storie suonano così. Ma i professori alla John Keating nelle aule scolastiche erano oasi nel deserto.

Mettersi in luce

Di tutto questo il mondo del lavoro del 21° secolo se ne frega, perché ha la stessa sensibilità della sveglia che ci suona accanto al letto la mattina. Se ne infischia del passato e guarda al presente.

Ma anche senza attimi fuggenti persi e livelli di conoscenza eccellente della lingua inglese, nel 2022 possiamo ancora incrociare traiettorie di fortuna.


La fortuna non va mai in pensione.


Per incrociarla o incontrarla, siamo costretti ripetutamente a riconoscere le nostre conoscenze, competenze, particolarità. E i nostri limiti.

Il sapersi riconoscere è un azione che viene ben prima del mostrarsi. E tutto questo non si impara mai al primo tentativo, ma con una notevole quantità di illusioni, calcoli errati e “botte sui denti”.

In un oceano di concorrenza invisibile dobbiamo allenarci a metterci alla luce prima di metterci in luce. Possibilmente senza seguire le indicazioni banali e zoppicanti dei corsi-fuffa, promossi da chi impara la sera e insegna la mattina dopo.

Se non ci alleniamo a riconoscerci per raccontarci, dobbiamo accettare per forza prospettive poco esaltanti che hanno tre elementi.

  1. L’anonimato, che va bene solo a chi ha ottime rendite sotto al cuscino.
  2. L’insoddisfazione, buona per programmare nuove sfide ma regalando sempre poche calorie.
  3. La frustrazione, che nuoce costantemente alla salute.


Riconoscere l’Ego

Nel mondo della comunicazione digitale, purtroppo, questa attitudine al mettersi in luce imbocca talvolta derive narcisistiche. Qualcuno le può catalogare come modalità di comunicazione, ma sembrano proprio abitudini di auto-celebrazione.

Il caro vecchio LinkedIn ne è un esempio lampante. Ogni giorno pubblichiamo una miriade di contenuti che sembrano costruiti solo per condurre a un’incoronazione di noi stessi. Ma con quale scopo per la comunità digitale?


Il dramma è che spesso questi contenuti non sono affatto architettati per creare interazione. 


Di tutto questo ho parlato spesso con Branislava Zdrnja, che ha un’ampia esperienza nel mondo dell’organizzazione degli eventi, nel marketing B2B e nella comunicazione d’impresa.

La nostra osservazione converge su una constatazione ricorrente: ci sono innumerevoli contenuti sia online che offline dove l’Ego si prende troppo la scena.

Per stavolta soffermiamoci su quelli online, con quattro esempi che lei ed io riscontriamo spesso.

a. I nomi

La forma più utilizzata di Ego scalpitante è la citazione da “speriamo che mi notino”.

Taggare nomi altisonanti nei nostri post sembra una buona mossa per includerli nella nostra narrazione e, quindi, potenziarla agli occhi dei lettori. Ma non valorizza in automatico né i nostri contenuti noi.

Un tag deve avere un’armonia comunicativa all’interno di un post e non può essere buttato nella mischia come la panna sulla Carbonara (calma…lo so che non ci va la panna sulla Carbonara). :)


Quei tag, se sono posizionati male nei nostri post, è come se urlassero in una stanza vuota.


Questa modalità comunicativa può verificarsi anche quando vogliamo “coinvolgere” aziende rinomate in un nostro post, con l’auspicio che quel richiamo aumenti l’efficacia del post.

Spoiler triste: se il messaggio che veicoliamo non ha un coinvolgimento diretto e facilmente intuibile di quell’azienda, rischiamo di fare pubblicità solo…a quell’azienda.

b. I volti 

A volte per comunicare un messaggio, sentiamo la necessità di mostrare il nostro volto con un selfie.

In alcune circostanze l’immagine del nostro volto rafforza il messaggio. Per esempio, quando raccontiamo un evento a cui stiamo partecipando o quando comunichiamo il ritorno in un luogo di lavoro o quando celebriamo una collaborazione con un nostro cliente.

Ma a volte quel selfie rappresenta una totale debolezza. All’interno di un messaggio lo usiamo solo per portare attenzione su di noi, forse nel timore che le parole usate siano troppo deboli.


c. I numeri

Riportare i numeri dei nostri risultati passati non è un male di per sé. Ma è una tecnica che va ben circostanziata e che deve essere resa credibile, altrimenti suona da specchietto per le allodole.

Mi riferisco a questo tipo di comunicazione che troviamo in alcune Headline di LinkedIn:

  • Digital Specialist | +25k Followers 2021 | +15K Revenue 2022
  • Growth Hacker SuperSayan | New Business Development Strategist 
  • Ex Bora Bora, Ex Glepsi, Ex FrittoMisto, ecc.

Se questa comunicazione non è supportata da una narrazione più approfondita, diventa fumo negli occhi. Appare come volontà di mostrare un’attitudine al successo (che molte persone percepiscono come inverosimile) o una solidità professionale (che chiede di essere verificata in qualche modo).

d. Le recensioni

Un altro modo di fare personal branding con Ego roboante è quello di pubblicare gli screenshot di recensioni scritte di propri clienti soddisfatti.

Sia chiaro: siamo colmi di gioia nell’avere clienti che riconoscono la qualità e l’utilità del nostro lavoro. E in questi casi, c’è da brindare.

Ma c’è modo e modo di farlo.

Se la modalità comunicativa è volta a illuminare la nostra professionalità e l’efficacia di ciò che facciamo, ben vengano i contenuti di narrazione auto-promozionale. Altrimenti, si rischia di fare un numero da circo con applausi forzati.

 

Tenere a bada l’Ego

Il miglior favore che possiamo fare al nostro personal branding è tenere a bada il nostro Ego.

Non possiamo sradicarlo dalle nostre comunicazioni o conversazioni, ma dovremmo abituarci a gestirlo.

Per esempio, riconoscendo:

a) i privilegi sociali, economici, ambientali che abbiamo in determinate situazioni

b) i meriti e le capacità di chi collabora con noi in progetti di gruppo

c) i contesti favorevoli che in alcuni casi ci vengono in aiuto

Questo discorso riguarda le presentazioni personali dei nostri profili social, ma è inerente soprattutto ai contenuti che pubblichiamo più spesso: post e stories.

Ricordiamoci infatti una piccola verità silenziosa.


Chi segue per davvero i nostri contenuti, ha qualcosa in cambio per noi: la sua attenzione, il suo buon passaparola, un’opportunità da offrirci.


Infine, non dimentichiamoci delle lettere di presentazione con cui supportiamo una candidatura. Chi ci valuta per una posizione lavorativa, considera l’autocompiacimento come un’ottima ragione per scartarci.

Per questo guarderà attentamente i singoli dettagli del nostro modo di presentarci, raccontarci e promuoverci.

E probabilmente metterà da parte il nostro Ego perché, semplicemente, non sa che farsene.

 

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