Enrico Chiari

7 errori che facciamo su LinkedIn

7 errori che facciamo su LinkedIn

Impara dagli errori degli altri. Non puoi vivere così a lungo da farli tutti da te.

ELEANOR ROOSEVELT


Nella dinamiche sportive ci sono almeno due tipi di errore che possiamo commettere: c’è quello d’impeto e c’è quello di sufficienza.

Il primo è comprensibile e giustificabile. Il secondo no, perché comprende superficialità e a volte pure presunzione.

Su LinkedIn vale grossomodo lo stesso discorso. Cioè possiamo commettere errori d’impeto e possiamo commettere errori superficiali.

Qui sotto ho raccolto una lista degli errori LinkedIn più comuni, che sono anche i più “letali” perché ci fanno perdere in sequenza:

  1. Appeal
  2. Contatti
  3. Informazioni
  4. Opportunità professionali

Ecco allora sette errori molto comuni che inficiano il nostro utilizzo di LinkedIn.

 

LinkedIn: sette errori comuni

I primi tre errori riguardano l’interazione che abbiamo su LinkedIn.  

1. Questi fantasmi

Un errore che riguarda l’ABC dell’educazione digitale, sia su LinkedIn sia su altri social network.

La premessa è che nessuno ci obbliga a creare collegamenti. Mai e poi mai. Nel momento in cui lo facciamo, però, abbiamo l’onere di “far sentire la nostra voce”.

Non ha senso inviare una richiesta di collegamento senza inviare anche un messaggio. È come stringere la mano a una persona a cui ci si presenta, senza proferire parola.

Non ha molto senso neanche inviare una richiesta di collegamento, senza aver visitato il profilo della persona in questione. E non ha un gran senso nemmeno accettare una richiesta di collegamento che ha un messaggio, senza rispondere alcunché.

Personalmente penso che quando due persone si collegano su LinkedIn senza scambiarsi alcun messaggio, non siano davvero in collegamento. Non ancora.


2. Flash flop

Se di persona non lasciamo cadere una discussione nel vuoto, perché lo facciamo su LinkedIn?

Questo errore lo commettiamo nei messaggi privati, soprattutto quando scriviamo per la prima volta ad una persona. Specialmente quando, come risposta al primo messaggio, usiamo l’emoticon del pollicione in su e poi scompariamo.

Oppure quando inviamo il messaggino precompilato che ci regala LinkedIn stesso. Senza troppa voglia di scrivere, inviamo un bel “Grazie, Enrico”.

Solo che ‘sto Enrico non lo stiamo ringraziando, ma lo stiamo liquidando. Di colpo, quindi, la conversazione è game over.


3. Marketing Predators

La gente ama comprare, ma non sopporta quando qualcuno prova a venderle qualcosa. Questa regola vale sempre, in ogni punto del mappamondo.

Anche su LinkedIn ci sono i predatori. Sono le persone che ti chiedono il collegamento unicamente per promuoverti:

  1. I loro servizi
  2. Un’offerta con promozione imperdibile
  3. Un invito esclusivo a un evento in programma da lì a pochi giorni

Siamo su LinkedIn per imparare, per connetterci ad altri, per avere nuove opportunità, per allargare orizzonti.

Detestiamo invece quando qualcuno prova a venderci qualcosa che non ci interessa.


Gli errori da qui in avanti riguardano invece la creazione di contenuti su LinkedIn.

4. Tag ad cazzum

Il miglior modo per dare visibilità ai miei post è taggare persone o aziende che hanno molto seguito.

Giusto? No, tremendamente rischioso.

Questo errore lo fa chi, nei propri contenuti scritti, tagga spesso persone digitalmente influenti o aziende che hanno brand rinomati.

Ovviamente, il tag ha senso se è coerente con il contenuto. Se invece c’entra come i cavoli a merenda, il nostro post viene catalogato alla voce “starnazzare”.

A breve termine quel post potrà anche ricevere qualche like in più. Ma è difficile che faccia la cosa più importante: apportare valore aggiunto.


5. Campo minato

Non abbiamo bisogno di urlare e nemmeno di impressionare. A volte lo facciamo, senza però comunicare in modo efficace.

Uno dei paradossi che si riscontrano in LinkedIn è l’abuso di hashtag nei post con testi scritti.

Creare un testo con una serie di hashtag (esempi: #marketing, #innovazione, #digitalizzazione, ecc.) non rende il nostro testo performante. Lo rende dannatamente brutto e ostico da leggere.

L’origine di questo errore è duplice. Da una parte, ci illudiamo di rafforzare l’importanza di un testo usando hashtag che, a livello di algoritmo, non sono così utili.

Ma soprattutto, ci illudiamo di poter delegare a delle parole-chiave la responsabilità della nostra comunicazione: un gioco che non sta in piedi.

A maggior ragione quando commettiamo il prossimo errore, che nasce dalla notte dei tempi.


6. Muro di testo

“I popoli non devono ereggere muri fra loro, ma costruire ponti“. Frase bellissima, che vale anche per la nostra comunicazione digitale.

Questo errore nasce da una sorta di fedele obbedienza ai testi scritti in burocratese. Lunghi, pesanti, arzigogolati.

Nessun tipo di cervello prova piacere a leggere interminabili frasi, anche perché in un testo cerchiamo due cose: gli spazi bianchi per “respirare” e le ancore visive per carpire il messaggio.

Il muro di testo ha l’effetto di annichilire la nostra attenzione. Lo sanno perfettamente i maestri del copywriting.


E per concludere, ecco l’errore che riguarda la nostra responsabilità comunicativa su LinkedIn.

7. Modalità struzzo

Questo errore riassume un’incomprensione nel panorama digitale.

Diverse persone infatti tendono a pensare che la semplicità di accesso e di utilizzo dei social network comporti una sorta di alleggerimento della nostra responsabilità comunicativa.

Spesso ci sentiamo dei semplici utenti, che maneggiano un innocuo strumento per fare “quello che fanno un po’ tutti”. Ma dopo più di 25 anni di pane, marmellata e internet, questa versione non è accettabile.

Quando pubblichiamo (in qualsiasi social network) non possiamo nascondere la testa sotto terra. E abbiamo l’onere di prenderci la responsabilità non solo di ciò che pubblichiamo (messaggio) ma anche di ciò che condividiamo (verifica delle fonti).

Perché noi siamo editori di ogni nostro contenuto.

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