Enrico Chiari

7 cose che non ti risolve l’Europa

7 cose che non ti risolve l’Europa

Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia.

Albert Camus


Una splendida consapevolezza

In questo weekend si vota per rinnovare i membri del Parlamento Europeo.

Più di 370 milioni di persone chiamate al voto per un evento che capita ogni 5 anni: insomma, un rito collettivo come pochissimi al mondo.

A prescindere dal risultato elettorale, che non è il tema di questo articolo, c’è una splendida consapevolezza che mi risuona in testa.


Ci sono almeno 7 cose che l’Europa non può risolverci.


Un pensiero rassicurante perché, che tu sia un europeista convinto o meno, sai che in queste aree da Strasburgo nessuno può venire a “romperci i cocomeri”.

Con una condizione essenziale però: sono 7 aree che non ci danno delle risposte. Ci “regalano” soltanto delle domande da fare a noi stessi – quando ne abbiamo il coraggio – per poter Scegliere.

Non è una questione di privacy, ma appunto di coraggio.

 


Relazioni sociali professionali

Nel nostro lavoro, con quante persone conversiamo veramente nell’arco di un mese? 5 persone, 20 persone, 40 persone? 

Al di là della fondamentale necessità di parlare di cose leggere, la domanda spietata è una.


Quelle che abbiamo sono delle conversazioni floride?


O assomigliano a dialoghi asfittici simili a una partita di tennis amatoriale, in cui si sa esattamente il colpo che faremo noi e che farà l’altro?

 

Abitudini personali

Qual è l’ultima volta che abbiamo fatto una cosa per la prima volta? Non deve essere per forza un gesto eroico, l’importante è sapere di non averlo mai fatto prima.

Un bellissimo esercizio, che lascia a bocca aperta più di una persona. Prima di rispondere, normalmente si sorride. Poi però non sempre sappiamo (o vogliamo) rispondere.

Altra domanda: quand’è l’ultima volta che abbiamo visto “gli effetti” di una cosa che ripetiamo nel tempo?

Infatti, se c’è uno spazio sacro (attività di cultura, arte, sport, politica) che nutriamo per noi stessi, è fondamentale anche accorgerci di quello che “succede lì dentro”.


Perché incide sensibilmente sulla narrazione che creiamo con noi stessi.


Un “sentiero” che viene ben prima dell’ispirazione per un nostro nuovo post, articolo, episodio podcast, video.

 

Responsabilità sociale personale

A cosa stiamo dando vita nella nostra comunità di appartenenza? Ci stiamo prendendo delle responsabilità che vanno oltre il nostro giardino?

Perché qui il tempo scorre veloce e invecchiamo tutti molto rapidamente.

Allora, facendo un salto nel Futuro (di cui parliamo spesso), c’è una domanda che prima o poi arriva.

“Cosa diremo ai nostri figli tra 5, 10 o 15 anni quando – guardandoci negli occhi – ci chiederanno dei nostri esempi concreti di responsabilità sociale personale?“.

 

Comunicazione offline

Ci sono tantissime persone impegnate a fare volontariato (mia madre è una di queste). Ci sono tanti professionisti che si comportano in modo etico, rispettoso, altruistico.


Queste persone spesso sono anche imprenditori e imprenditrici, che hanno responsabilità instabili e multiple.


Bene, quello che facciamo insieme ad altre persone (es. progetti professionali, start up, attività di volontariato, ecc.) abbiamo anche la forza di farlo “detonare comunicativamente” all’esterno? 

E se sì, lo raccontiamo in modo che sia interessante anche per gli altri o è “autoreferenzialità al potere”?

 

Comunicazione online

Abbiamo Internet. Abbiamo i social. Abbiamo il 21° secolo.


Ma una percentuale altissima di persone comunica ancora come se dovesse raccogliere il fieno con la forchetta.


C’è poco storytelling coinvolgente e c’è poca capacità di argomentazione.

In compenso, sui social troviamo moltissime verità assolute (che mostrano la fragilità del nostro pensiero) e moltissimi selfie ad cazzum (che non raccontano nulla oltre i like ricevuti). 

 

Immaginazione, oltre la conoscenza

Quante volte in un mese dedichiamo del tempo lento a immaginare cose nuove? Una, due, ogni giorno?

Non sto “giochicchiando con le parole”, è la realtà che è spietata.


Anche nel 2024 “chi non immagina, non può anticipare il futuro”.


E siccome poi il futuro arriva, questo significa che – se va bene – ci dobbiamo adattare. Ma “adattarsi” di solito è un verbo ad alta tensione e molta fretta.

E su questo è meglio non chiedere all’AI di immaginare per noi. Non perché non possa farlo, ma perché a quel punto saremmo davvero sostituibili.

Nuove domande per scelte potenti

In sintesi, più che un buon voto ti auguro nuove domande e scelte potenti. Non nascono molti frutti dalle risposte già certe.


Se l’articolo ti è stato utile o ti ha stimolato idee che vuoi condividere, mi trovi sempre qui.

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