Enrico Chiari

5 motivi per cui ci perdiamo

5 motivi per cui ci perdiamo

Tutte le volte che cerchiamo di capire cosa non va nei nostri rapporti, troviamo almeno un problema di comunicazione. A volte sono dieci e altre volte è una lista senza fine.

Molte delle disfunzionalità della nostra comunicazione interpersonale nascono da errori comuni che ripetiamo e che spesso nemmeno riconosciamo. Così “ci perdiamo” a livello comunicativo, relazionale e professionale.

Raccolgo allora cinque errori che ho osservato (in primis su me stesso) negli ultimi anni della mia vita, non solo a livello lavorativo.

E ad ogni errore, associo un consiglio umile.


Parliamo fottutamente troppo

Nelle videocall, nelle presentazioni e nelle conferenze parliamo troppo. E ascoltiamo troppo poco.

Apriamo frasi lunghe, ci avventuriamo in parentesi evitabili, a volte senza andare al nocciolo della questione.

Ma soprattutto ci prendiamo molto più tempo di quello che gli altri sono disposti a concederci. Le persone, per buona educazione o per rispetto dei ruoli, non ce lo fanno notare. Così noi…ci prendiamo ancora più tempo!

Il problema è che la prolissità ci frega sempre, dato che non porta il messaggio verso le persone ma lo getta al vento.

Consiglio umile

Allenarsi alla sintesi, per andare all’essenza del messaggio che vogliamo trasmettere. Utilizzare ogni tanto l’uso di metafore o di numeri che fungano da ancore mentali. Questo ci serve molto anche quando dobbiamo costruire presentazioni in slide.


Ph. Amit Ranjan


 

Non sappiamo “leggere” negli occhi

Questa è impegnativa, lo so. Ma serve come l’ossigeno.

A volte siamo così concentrati a trasmettere un’informazione che non prestiamo cura nel guardare gli occhi delle persone a cui stiamo parlando. In sostanza, “guardiamo” solo ciò che vogliamo dire.

Altre volte invece siamo storditi da quello che ci capita attorno. Magari non abbiamo calcolato bene i tempi della conversazione e, quindi, a un certo punto la fretta ci fa sbrodolare una serie di informazioni. Oppure lì vicino ci sono persone per noi “importanti”, che vogliamo salutare.

Rischiamo quindi di parlare a vuoto e di non dare valore a chi abbiamo di fronte.

Che sono letteralmente due drammi in uno. Primo perché buttiamo via tempo e secondo perché mandiamo avanti per inerzia la conversazione, in attesa di qualche interruzione dall’esterno.

Consiglio umile

Fermarsi e trovare il coraggio di fare una domanda all’interlocutore, invece che un’ulteriore affermazione. Soprattutto se la sua palpebra si abbassa, una domanda “vale” tre tazze di caffè in un colpo solo. La domanda però deve essere autentica e creare una sorta di sospensione del tempo, non può essere un contentino dialettico.

Ph. Liza Summer


 

Usiamo il corpo come un comodino

A volte diciamo cose interessanti, ma deleghiamo tutto il peso del messaggio alla parola. Le parole sono uno strumento fondamentale, ma in certi contesti non bastano e sono come pasta senza condimento: tristi e solitarie.

Domanda provocatoria: quand’è che ci hanno permesso di anestetizzare il corpo nella comunicazione interpersonale?

Certo, io la faccio facile perché sono stato fortunato: una delle cose che mi ha “regalato” il teatro è proprio il potere di utilizzare lo spazio per comunicare anche col corpo (body language incluso).

Nelle situazioni in cui sono io ad essere in ascolto, però, accade la stessa cosa. Ogni volta che qualcuno cattura la mia attenzione, accompagna la sua comunicazione anche con un gesto del corpo.

Può essere semplicemente un sorriso buffo, un movimento della mano inatteso, uno schiocco di dita. Ma lo fa. E così, si spinge oltre il punto in cui arrivano le sue parole.

Consiglio umile

Prima di pensare al corpo, cominciare ad “usare più lo spazio“, per quanto possibile. Cioè quando interagiamo con gli altri, proviamo a muoverci un po’ di più nello spazio fisico: è una questione di concederci maggiore libertà espressiva, non dobbiamo scimmiottare Roberto Benigni.

Ph. Almada Studio


 

La prendiamo troppo sul personale

Nello sport dell’analisi autocritica siamo spesso fuori allenamento. Nel trovare difetti altrui siamo dei campioni.

L’analisi autocritica è quella che ci aiuta a mettere da parte gli alibi bastardi e a riconoscere dove possiamo migliorare e come possiamo essere più efficaci e precisi nei progetti.

Trovare i difetti altrui (senza costruire feedback) è invece uno sport di un’utilità pari a una ruota quadrata di bicicletta. Non ci porta lontano, logora il rapporto tra noi e ci lascia un dolore ai glutei non indifferente.

Consiglio umile

Cercare di delineare e riconoscere prima di tutto i nostri errori. Provoca fastidio, certo, ma ci rende più trasparenti e credibili agli occhi degli altri. Sforzarci poi di chiedere feedback e ovviamente di darli, senza accuse al veleno. Lì possono succedere magie relazionali.

Ph. Keira Burton


 

Amiamo il network, ma ne facciamo poco

Lo penso da un po’: poche persone sanno fare veramente network.

Che non vuol dire solo partecipare agli eventi, stringersi la mano e raccontare il nostro lavoro o il nostro business. Significa anche saper connettere altre persone tra loro: quindi nomi, informazioni e narrazioni.

Tutto questo può avvenire anche senza un nostro tornaconto immediatamente diretto. Preciso: non sto dicendo di rivelare idee o intuizioni in giro, ma di creare fiducia interconnessa a buon rendere.

Consiglio umile

Correre il rischio di essere curiosi e allargare la nostra “geografia relazionale”. Informarsi e chiedere a colleghi o amici se stanno facendo cose da cui traggono soddisfazione, o su cui stanno investendo tempo, o che hanno intenzione di iniziare.

Lo dico perché le informazioni sono ancora lo strumento principale che ci può portare a scelte più strategiche o a raggiungere l’attenzione delle persone. Che, come mi piace dire, è l’oro del ventunesimo secolo.


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